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Sedici anni ai tempi del Covid

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Non è poi così strano ritrovarsi a piangere riflettendo sul proprio passato in un momento storico come quello attuale, e non è poi così sorprendente trascrivere le lacrime e la rabbia su carta. 

Da uno scatto d’ira è partorito qualcosa che risveglia i ricordi di ognuno, qualcosa da leggere con la speranza che tutto questo un giorno avrà senso, o che sarà servito a stare meglio. Appena due pagine che chiedono, urlando, comprensione, attenzioni, empatia, e delle scuse da parte di chi, anche senza esserne il colpevole, si può prendere la responsabilità per le libertà vitali sottratte.

La lettera è nata nella giornata  del “Emilia-Romagna: zona arancione”, che ha portato a condizioni che ricordavano il lockdown generale di quel marzo che inizia ad essere sinonimo di orrore per ognuno. Quella sera è stata rigorosamente accompagnata da pianti in chiamata tra due adolescenti divise soltanto da due comuni, insomma, un’amicizia che non s’ha da fare

Dopo aver dato l’idea delle circostanze che hanno generato il testo, lascio la parola allo scritto.

Buongiorno, sono una ragazza di sedici anni, studentessa del Liceo Artistico di Forlì, che chiede se sia ancora possibile in questo periodo avere quest’età.

I sedici anni se li ricordano tutti come gli anni dell’adolescenza, delle superiori, del primo amore, delle prime esperienze, delle prime delusioni, delle prime serate in discoteca, e dei primi veri amici.

La scuola è stata chiusa, eccetto i laboratori, togliendo a noi giovani lo sbocco sociale primario, quello fondamentale per creare esperienze di vita importantissime per la nostra crescita personale e culturale, che detta gli individui che diventeremo e che un giorno occuperanno un nuovo ruolo sociale nel mondo. Senza scuola non avrei potuto conoscere i miei migliori amici, coloro che, all’età di sedici anni, sostituiscono la famiglia e i genitori, con i quali, nell’adolescenza, si ha un rapporto estremamente conflittuale.

Mi sento esclusa, di troppo, futile, non capita, ignorata, dal governo e dai telegiornali stessi, che parlano solo di anziani malati, dei più piccoli e della loro infanzia rubata, o dei ristoratori che faticano ad arrivare a fine mese, ma mai degli adolescenti, mai di come vivono rispondendo semplicemente “ci sono” o “presente” al professore durante una videolezione, per poi spegnere microfono e videocamera per fare altro. Non ci hanno mai chiesto come avessimo preso il lockdown, come l’avessimo vissuto e come ci avesse cambiati. 

Durante il blocco generale sono stata malissimo, poiché, essendo una persona socievole e solare, il rapporto umano è la base del mio essere: le persone mi fanno stare bene; per questo, finito il lockdown, ho incominciato di nuovo a incontrarmi con qualche amico o amica, notando di essere diventata apatica. Quel lungo periodo di isolamento, mi aveva fatto perdere le capacità di relazionarmi, di comprendere gli altri, non riuscivo più a capire cosa provavo, cosa mi piaceva e cosa invece odiavo a morte, non ero più abituata ad emozioni forti, che in una routine limitata allo stare in casa con un computer davanti, non provavo più. 

Poi l’estate. Un’estate di mezza libertà, di cui mi ricordo poco e niente, semplicemente perché ho ricominciato a “vivere” come avrei dovuto, perdendo la concezione dei minuti, delle ore, dei giorni e dei mesi. Tre mesi di semi-normalità che mi hanno riportata all’aria aperta, alle risate e dalle persone, elementi quotidiani che dovrebbero essere tali.

E infine settembre. Il primo settembre la voglia di tornare a scuola era già tanta, ma non credevo di poter arrivare al punto di sorridere appena sveglia il primo giorno. Zaino in spalla, bicicletta e arrivo a scuola, incontro finalmente tutti quanti, e non mi vergogno a dire che stavo per piangere. Già dalla prima ora gli insegnanti iniziarono a chiedere: “secondo voi quanto durerà la scuola in presenza?”. Ero positiva, troppo. Poi vuoto di memoria, una mancanza piacevole dovuta alla felicità e alla quotidianità che riprendeva. Infine la sera del “75% di DaD”, l’annuncio più doloroso della mia vita. Ho iniziato a piangere e a delirare, urlando di voler riavere il mio diritto allo studio, volevo un futuro garantito, vero e sincero, che non avrei ottenuto copiando a un compito di matematica. Mia mamma mi chiese se avessi voluto andare dalla psicologa e io urlando le risposi: “No! Voglio andare a scuola invece che in terapia”. 

Dopodiché ho cominciato a trovare persone che avevano accolto la notizia male come l’avevo accolta io, e siamo riusciti a organizzare un gruppetto di studenti pronti a frequentare le videolezioni di fronte a scuola. Siamo partiti in quattro, arrivando a un massimo di dieci (ma anche a un minimo di 2). I primi giorni sono stati fantastici, tutti ci facevano i complimenti, dai giornali ai passanti ai professori, ma pochissimi studenti. Sono passati altri giorni, i giornali hanno iniziato a scarseggiare, e ad aumentare invece le critiche o le risate. “Gli studenti non sono vasi da riempire, ma fuochi da accendere” ha scritto una mia compagna su uno dei cartelloni che ogni mattina attaccavamo di fronte a scuola. 

Adesso la mia regione è diventata “arancione” come un cono stradale: potrò sembrare debole ed emotiva, ma sono scoppiata di nuovo a piangere. Le lacrime chiedevano vita, la vera vita, condivisa con le persone con le quali passare il tempo senza accorgersene, quelle con cui poter condividere tutto. La notizia mi ha riportato subito al lockdown, durante il quale le videochiamate non sostituivano il rapporto umano, e i messaggi le parole. 

Mi dispiace che la vita passi in secondo piano, proprio durante una pandemia, dove dovrebbe essere l’unica cosa che conta. La vita non è fatta solo di cibo, acqua e salute, bensì anche di relazioni, di calore umano, di esperienze e di felicità. Senza felicità non c’è vita. 

Chiedo di non sottovalutare le persone, di ricordarsi di noi adolescenti, dei nostri sedici anni che arrivano solo una volta nella vita, di chi sta perdendo tutto per le restrizioni o semplicemente perché mentalmente instabile, di chi ogni giorno combatte contro altre malattie come i tumori o l’HIV, di chi tutti i giorni muore per incidenti stradali, suicidio o altre cause al di fuori del Covid, e di tutti i bambini, ricordando che sotto le mascherine ci sono dei sorrisi. Siamo tutti stanchi di questa situazione, in cui non riusciamo a ritrovare la normalità e la quotidianità a cui eravamo abituati, siamo sfiniti da continue ore al computer e dalle solite quattro mura. 

Infine pregherei chiunque di ripensare ai propri sedici anni, alle proprie avventure giovanili, ai famosi tempi d’oro di ognuno, di ricordarsi della propria scuola, delle proprie cotte e ripensare ai propri amici del tempo, e perché no, di ricominciare a sentirli, o meglio a vederli dal vivo.

Per favore, fateci continuare a vivere i nostri sedici anni verosimilmente, grazie.

Caterina Zoli

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