La biosfera: l’importanza della natura tra le pagine di un libro (P.2)

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La biosfera: L’importanza della natura tra le pagine di un libro P.2

La seconda parte del nostro viaggio tra le pagine de La gabbianella e il gatto inizia con una nuova vita. La nascita di un piccolo essere che crescerà in una realtà alla quale di natura non appartiene.

Zorba non capiva, si erano impegnati tanto per salvare quella vita innocente, e invece Kengah si era abbandonata in quel modo al suo destino lasciando un’eredità, una parte di sé, che con le giuste attenzioni si sarebbe potuta tramutare in vita. Tuttavia l’aveva lasciata a un gatto completamente ignaro della custodia e cura di un uovo. Fu grazie all’aiuto dell’amico Didèrot, fanatico dell’enciclopedia, che Zorba e gli altri capirono come provare a fingersi gabbiani per una buona causa. Dando inizio al travagliato periodo della cova, Zorba provò con tutto se stesso ad essere una brava mamma: si adagiava delicatamente sul tenero guscio e dormicchiando al sole rifletteva su come si fosse ritrovato in quella insolita situazione domandandosi come avrebbe fatto, allo scadere del tempo, a prendersi cura del piccolo nato.

Solamente un mese dopo l’uovo si schiuse e la piccola Fortunata venne finalmente alla luce: una minuscola e fragile gabbianella che allo specchiarsi nei grandi occhi verdi di Zorba non faceva altro che dire «Mamma ho fame». Si formò così una bizzarra famiglia: Zorba, Fortunata e i gatti del porto, che, nonostante la diversità, erano più uniti che mai.

Emerge un nuovo insegnamento tra queste righe, in cui Sepúlveda sottolinea ancora una volta il fatto di accettare il diverso e prodigarsi per esso senza condizioni. In queste pagine cresce infatti un forte legame tra un felino e un uccello che si crede un cucciolo di gatto.

Fortunata crebbe e imparò la vita da gatto del porto, con tutte le difficoltà che comportava; finché un giorno discutendo con Mattia, la scimmia guardiana del museo, si trovò ad affrontare la realtà del suo essere. «Tu sei solo un uccello, non un gatto, e gli altri gatti aspettano solamente che tu cresca per poi poterti mangiare. Tu non sei come loro! » gridò lo scimpanzé. Fortunata da quella affermazione entrò in un tunnel di pensieri e interrogativi. “Chi sono?”, si chiedeva. “La famiglia che ho sempre ritenuto tale, mi vuole bene davvero?”.

Solo le parole dolci e protettive di Zorba riscaldarono il cuore della piccola Gabbiana: «Sei una Gabbiana. Su questo lo scimpanzé ha ragione, ma solo su questo. Ti vogliamo tutti bene, Fortunata. E ti vogliamo bene perché sei una Gabbiana, una bella Gabbiana. Non ti abbiamo contraddetto quando ti abbiamo sentito affermare che eri un gatto, perché ci lusinga che tu voglia essere come noi, ma sei diversa e ci piace che tu sia diversa. Non abbiamo potuto aiutare tua madre, ma te sì. Ti abbiamo protetta fin da quando sei uscita dall’uovo. Ti abbiamo dato tutto il nostro affetto senza alcuna intenzione di renderti un gatto come noi. Ti vogliamo Gabbiana. Sentiamo che anche tu ci vuoi bene, che siamo i tuoi amici, la tua famiglia, ed è bene che tu sappia che con te abbiamo imparato qualcosa che ci riempie di orgoglio, ovvero ad apprezzare, a rispettare e ad amare un essere diverso. È molto facile accettare e amare chi è come noi, al contrario con qualcuno che è diverso è molto difficile, ma tu ci hai insegnato che invece è possibile. Sei una Gabbiana e devi seguire il tuo destino di Gabbiana. Devi volare. Quando ci riuscirai, Fortunata, ti assicuro che sarai felice, e allora i tuoi sentimenti verso di noi e i nostri verso di te saranno più intensi e belli, perché sarà l’affetto tra creature completamente diverse».

Così Fortunata capì che l’amore non dipendeva dall’identità o dalla razza, ma da come gli esseri viventi si relazionano, capì che era una Gabbiana e che avrebbe dovuto, d’ora in poi, lottare per vivere come tale. Da queste ultime parole del gatto nero grande e grosso iniziò il compimento dell’ultima promessa fatta a Kengah: «Dovrai insegnarle a volare».

Fortunata accetta il suo essere gabbiano, comprendendo che fuggire da quello che si è non è mai la strada corretta. Nonostante la sua natura avrà sempre al suo fianco i gatti del porto che valorizzeranno in ogni modo la sua diversità.

La ricerca tra le varie enciclopedie continua, stavolta per capire come insegnare a volare alla giovane Gabbiana. Didèrot faticò giorno e notte, piegato sui tanti volumi, al fine di ultimare una strategia di volo al quanto esaustiva. La loro impresa riuscì, ma solo in parte, perché una volta insegnati i comandi a Fortunata, essa precipitava più e più volte senza mai riportare un successo. Zorba allora decise di lanciarsi in una impresa impossibile e, infrangendo il codice d’onore dei gatti del porto, cercò un umano per comunicargli il loro attuale dilemma.

Si rivolse ad un poeta e scrittore, non che Sepulvèda stesso, che, superato lo stupore iniziale di un gatto parlante, li accompagnò sul campanile della città. Quella notte una forte pioggia cadeva su Amburgo, ma il gatto e l’umano si intrufolarono nell’edificio per poi posare Fortunata sul bordo della balaustra più alta. Le ultime parole di Zorba si librarono nell’aria prima dell’atteso momento:

«Ora volerai, Fortunata. Respira. Senti la pioggia. È acqua. Nella tua vita avrai molti motivi per essere felice, uno di questi si chiama acqua, un altro si chiama vento, un altro ancora si chiama sole e arriva sempre come una ricompensa dopo la pioggia. Senti la pioggia. Apri le ali» miagolò Zorba. La gabbianella spiegò le ali. I riflettori la inondavano di luce e la pioggia le copriva di perle le piume. L’umano e il gatto la videro sollevare la testa con gli occhi chiusi. «La pioggia. L’acqua. Mi piace!» esclamò. «Ora volerai» miagolò Zorba.  «Ti voglio bene. Sei un gatto molto buono» rispose Fortunata avvicinandosi al bordo della balaustra. «Ora volerai. Il cielo sarà tutto tuo» miagolò Zorba. «Non ti dimenticherò mai, neppure gli altri gatti» disse lei già con una zampa fuori dalla balaustra, perché, come dicevano i versi di Atxaga, “il suo piccolo cuore era lo stesso degli equilibristi.”»

Fortunata precipitò sparendo dalla loro vista per poi virare e librarsi in cielo. La pioggia le faceva brillare le piume e in un miagolio d’addio Zorba sussurrò: «Vola solo chi osa farlo».

Fortunata volò leggera e dopo aver risposto al grido di addio, si unì a un grande stormo di gabbiani, per proseguire il viaggio iniziato dalla sua vera mamma.

Il nostro libro si conclude con le magnifiche parole di Zorba che come ultimo messaggio sottolineano l’importanza di credere in noi stessi e in ciò che vogliamo realizzare: solo facendo ciò porteremo a compimento i nostri desideri.

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