Vincitori concorso letterario PRIMA EDIZIONE

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TimeOFF nelle scuole, il nostro contest “Racconti di un’età: l’arte di un messaggio”

Nei mesi invernali da dicembre a marzo la nostra redazione ha voluto promuovere nelle scuole la prima edizione del concorso letterario “Racconti di un’età: l’arte di un messaggio”.

Il contest prevedeva la consegna di un ipotetico messaggio-risposta di una conversazione online, tra due adolescenti che discutono sull’amore e sulla loro relazione. La premiazione è avvenuta il 29 maggio nei pressi dell’Eliseo ArtLab in viale Carducci 11 a Cesena.

Alla premiazione hanno partecipato i vincitori, alcuni partecipanti, professori, genitori e lo staff di TimeOFF, in particolare il vice-presidente Lorenzo Neri e il socio Patrick Liverani, che hanno tenuto rispettivamente un discorso, infine hanno condotto la serata Giulia Rossi, responsabile della redazione e Caterina Zoli, che ha letto la sua lettera “Sedici anni ai tempi del Covid”.

Durante la premiazione abbiamo avuto il piacere di esserci collegati con Giacomo Bertò, studente del liceo classico arcivescovile di Trento, nominato studente dell’anno nel 2020 per la sua “lettera d’amore alla scuola”, alla quale ha risposto anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Infine è seguita la cerimonia di premiazione. Al primo posto si è classificato Francesco Piani, 3A tradizionale del liceo classico G.B Morgagni di Forlì, al secondo posto Samuel Gasperini, 4F scienze umane del liceo classico V.Monti di Cesena, infine terzo posto per Laura Amati, 3A linguistico liceo classico G.B Morgagni.

Di seguito presentiamo i testi dei vincitori. Buona lettura, alla prossima edizione!

  1. STELLE SUL SOFFITTO di Francesco Piani.

Le pale del ventilatore giravano sorde. Nulla è come sembra.

Ripose il telefono sul comodino. Non capiva. Perché ora? Erano passati anni, aveva aspettato e ci aveva creduto e mai nulla aveva funzionato come avrebbe voluto. Faceva male, più male di quello che avrebbe voluto, ma non poteva fare a meno di sorridere.   

Una ventata di aria fresca solleticava la spina dorsale e da una dolce carezza diventò sempre più pesante, uno schiaffo sulla pelle contratta. Le pale sibilarono.

Si rigirò su un fianco. Era il suo sogno, il suo dolce incubo ricorrente. L’incapacità di collegare idee a concetti lo corrodeva da dentro. Come è possibile che questo istante sia stato per lei la chiave di svolta di un qualcosa di così oscuro e ammaliante? Sapevano entrambi che era sbagliato.

Ogni tanto il ventilatore arrugginito gracchiava. Un po’ di olio sarebbe bastato, l’indomani.

Aggiustare è la condizione inevitabile dell’amore, pensò; ma, come la conoscenza, è un dolore che pochi riescono a sopportare. Tutti vogliono farlo; nessuno davvero riesce a pieno. La forma più comune di disperazione è essere chi non sei. Cosa volesse essere non lo sapeva. Sollevò il cellulare, convinto a chiudere la conversazione, ora e per sempre. Lo sguardo cadde sulla foto profilo.

Il ventilatore girava a destra e poi a sinistra, e più si allontanava, più il suo centro lo richiamava indietro. Più si allontanava, più lui aveva bisogno di respirare. Era una notte afosa.

La foto mostrava la ragazza in un parco, sdraiata tra i fiori. Era lì quel giorno. E per quanto dolore avesse suscitato quel singolo momento, non riusciva a fare a meno di rimpiangerlo. Volteggiavano leggeri, sopra il mondo, sopra sogni, sopra tutto. Aggrappandosi per le mani, iniziarono a girare e girare. Il centro era e sarà per sempre quella stretta. Le lacrime scendevano fredde sulle guance. La vita può essere capita solo all’indietro, ma va vissuta in avanti; ma di sera, non vi è più un avanti. Ciò che è stato fatto, è stato fatto.

Ora il brusio del ventilatore era sciamato in una dolce melodia. Freddamente incalzante. 

Tic-Tac. Tic-Tac.

Sua nonna diceva sempre che il pianto è la migliore ninna nanna. Gli occhi combattevano la guerra con il nemico invisibile. Il letto nero li bramava chiusi. Il cielo ha dato tre cose agli uomini: speranza, sonno e sorriso. In quella stanza l’unico cielo era il bianco soffitto di cemento. La luce, era il telefono. Nel telefono c’era lei, immobile. Devo rispondere, risuona nel bianco della testa. Devo rispondere.

Le pale del ventilatore giravano sorde. Nulla è come sembra. Più si osserva, più si individuano le pale che si inseguono, senza prendersi mai. La connessione è il motore della corsa. L’unione di queste è un’illusione ottica.

Il manto del sonno continuava la sua morsa. Aveva bisogno del suo centro; non gli interessava più il dolore. Il dolore serve a evitare mali peggiori, ma l’uomo si nutre di quello. Iniziò a battere freneticamente. Non sapeva esprimere le parole; scrisse la sua fuoriuscita di pensieri sconnessi, in un fiume di sgrammaticato impeto. Ma ad ogni parola le dita si appesantivano sempre di più. Il sonno lo bramava, lo sentiva sul collo. 

TIC-TAC. TIC-TAC.

Il torpore gli bloccava le mani. Sentiva il dolce calore delle coperte bloccargli le membra. Devo rispondere, devo rispondere, ripeteva debolmente. Ormai però era troppo tardi, il sonno aveva vinto la sua battaglia. Il telefono rimase sul bordo del letto, aperto sulla chat. La barra alla fine del messaggio lampeggiava silenziosa.

Tic-tac. Tic-tac. Il ventilatore nell’angolo si spense lentamente.

L’avrebbe oliato il giorno successivo.

2. Samuel Gasperini.

Sentivo il cuore nell’orecchio sinistro che fortemente batteva al cervello iniziando a provocare un dolore alla testa dovuto all’occhio, fissante semichiuso uno schermo, che congela tutti i muscoli.

I letti matrimoniali sono fatti per vivere in due, stretti, o larghi e solitari. Ho intrapreso la solitudine in questo periodo. Erano mesi distrutti su un monitor fra meeting e fatturato sempre alto quanto irrimediabilmente precipitato rispetto gli ultimi anni. Il giornale era solo una fonte di energia se piegato su se stesso e fatto percuotere da qualche parte, infatti non è altro che materia sprecata a menti inadeguate. Vivere doppiamente significa avere doppia spesa dei pasti, dei viaggi, luci, acqua e gas. Ricordando anche la dipendenza da nicotina siamo a quasi dieci euro giornalieri, in due, che probabilmente sarebbero stati solo 5, o meno, se non avessi in ogni momento la sua acqua alla gola, di presenza costante.

Il flow musicale era orecchiabile quando si suonavano le doghe dei letti ma tremendamente silenzioso, quasi piacevole, quando ti nascondevi tra le pagine della tua mente. Così come ora, un po’ come sempre, allontanato da quel flusso mi sento rapito, estatico, in una voragine di pensieri. Rimango in attesa del cellulare che si spenga, mentre non muovo un nervo, con l’iPhone in mano proiettante il tuo messaggio che rimarrà per sempre come un sogno, chiuso nella vastità della mia mente; qualche kilobyte di memoria occupata nel terabyte di cloud.

3. Laura Amati.

Cos’è l’amore?

Più di duemila anni di storia dell’umanità ed eppure eccoci ancora qui, con la stessa domanda, cercando una riposta… ma, se dopo tutto questo tempo siamo ancora qui, forse è perché ancora quella giusta non l’abbiamo trovata.

L’amore è sofferenza. Ecco cos’è. E la verità è che non riusciamo ad accettarlo, perché è impossibile che due emozioni così diverse siano così legate da coincidere a volte. Eppure, amore è dolore, anzi, il dolore è il prezzo che paghiamo per l’amore, perché l’unico modo per non provare mai dolore è proprio non provare mai amore. Questo non significa che non ne valga la pena, ma dobbiamo accettare le conseguenze, così come accettiamo il buio per poter vedere le stelle.

È strano però, non credi? È strano quanto siamo disposti a farci travolgere dall’amore, ad agire in suo nome, a professarlo, ma poi, quando da questo rimaniamo feriti, gli diamo un nome diverso. E se invece fosse la stessa cosa? E se invece lo stesso impeto che fa tanto battere il cuore, anche solo al pronunciare di un nome, è lo stesso che distrugge quando tutto finisce?

Dici che te lo aspettavi, ma allora perché hai iniziato qualcosa che sapevi non sarebbe durato? Forse perché certe cose vale la pena viverle, anche se sai fin dal principio che non avrai un vissero felici e contenti. “Because sometimes, even if you know how something’s going to end, that doesn’t mean you can’t enjoy the ride”, diceva Ted Mosby.

Dicono che l’amore è una di quelle cose che non ha età, ed eppure continuano a ripeterci che siamo troppo giovani per sapere veramente riconoscerlo. Forse è vero, ma non credo sia un numero sulla carta d’identità a fare la differenza. Forse quando c’è lo sai e basta, ma non per questo vuol dire che durerà per sempre. È difficile ammetterlo, ma certe cose sono destinate a finire, punto. E più ti scervelli per capire il perché, più non lo trovi. Non tutto ha un senso, è così che deve andare. Sarà per sempre una bella parentesi della nostra vita che riguarderemo con un sorriso, ma appartiene al passato e, nonostante ognuno abbia dato qualcosa di sé all’altro, è giunto il momento di lasciar andare. Citando ancora una volta il saggio Ted Mosby: “You can’t cling to the past. Because no matter how tightly you hold on, it’s already gone”.

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