Cambiamenti di colore nei ghiacciai

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Il bianco gelato non va più di moda tra le superfici ghiacciate.

Probabilmente non ce lo immagineremmo mai, ma i ghiacciai non sono sempre stati del loro tipico bianco “gelato”, bensì sono esistite (ed esistono ancora) situazioni in cui questi cambiano colorazione. Forse l’esempio più recente risale a quest’estate, quando le Alpi italiane si tinsero di rosa nel ghiacciaio Presena tra Trentino e Lombardia. 

Il fenomeno, quantificato dai ricercatori dell’università di Milano-Bicocca, sarebbe stato causato da una microscopica alga, che finora avrebbe invaso la Groenlandia, poi misteriosamente sarebbe migrata verso i ghiacciai nazionali. 

Sfumature rosate sulla superficie antartica (foto del Ministero dell’Educazione e della Scienza dell’Ucraina)

Non è certamente una novità che gli organismi vivessero tra gli ammassi congelati, ma, nonostante l’infiltrazione dell’alga sia un processo naturale estivo e primaverile, l’insolita colorazione porterebbe ad una velocizzazione del processo di scioglimento racconta Biagio di Mauro, appartenente al Consiglio Nazionale delle Ricerche.

Ogni corpo che provoca una modifica al bianco dei ghiacciai trattiene calore, rendendo più svelta la fusione. In questo caso la tinta della micro sostanza è dovuta a dei pigmenti utilizzati dalla stessa per svolgere la fotosintesi; perciò si vengono a creare vere e proprie “esplosioni algali” che originano condizioni di vita meno estreme per sé e per altri organismi.

Come il corpo rossiccio sia arrivato in territorio nazionale è un mistero, ma è un dato di fatto che il riscaldamento globale dovuto al cambiamento climatico abbia contribuito a uno sviluppo e quindi a una maggiore espansione della sostanza unicellulare; insomma, il fenomeno dell’alga rosa non è la notizia migliore durante una crisi climatica come quella attuale.

Verso febbraio 2020 anche la neve si è tinta di rosa, a seguito dell’infiltrazione di un’altra alga verde che vivrebbe alle quote più alte e nelle zone polari. L’organismo si troverebbe in stato quiescente sotto il manto nevoso fin quando la temperatura, diventando mite, permette la germinazione della sostanza, soprattutto nelle zone antartiche. L’insolita tinta della neve è sempre dovuta a pigmenti rossastri del microrganismo, che lo proteggono dai raggi UV così da preservare la clorofilla, fondamentale per la fotosintesi e dunque per sopravvivere.

Studi recenti, hanno dimostrato che la famosa ‘dark zone’ si sia allargata in maniera esponenziale negli ultimi anni. Ma, che cos’è la ‘dark zone’? Essa consiste nella zona più scura della calotta polare, che ormai occupa circa 100 000 chilometri quadrati della superficie, e la sua tinta bruna è data dalla presenza di alghe e organismi. Un professore del centro di ricerca norvegese Norway’s Centre for Arctic Gas Hydrate Environment and Climate, nel marzo 2018, ha collegato l’espansione della dark zone alla crescita delle impurità nel ghiaccio, che si sono nutrite delle polveri e del carbone nero finemente distribuiti sulla superficie. Ha aggiunto poi che la crescita di queste alghe riduce significativamente la riflessività della sua superficie, aumentando l’assorbimento dell’energia solare e velocizzando quindi lo scioglimento. Tuttavia le ricerche ancora non hanno completamente compreso le cause specifiche della crescita delle micro sostanze.

Infine, nell’agosto del 2019, la Nasa ha descritto il preoccupante cambiamento dei territori glaciali planetari confrontando le immagini scattate da quarant’anni a questa parte. Chiaramente i risultati della ricerca sono spaventosi: come già annunciato, più zone si stanno tingendo di un grigio brunastro, che (sorvolando lo sviluppo degli organismi) lascia sempre più spazio alla roccia nuda e cruda. Per esempio, uno dei ghiacciai più vasti della Groenlandia, in circa mezzo secolo si è ritirato di 7,5 chilometri, un dato molto preoccupante, che non promette di certo nulla di buono in futuro, se qualcosa non cambierà.

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