Beinn: la storia di un sogno

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Cari lettori oggi ho deciso di portarvi un articolo un po’ diverso dal solito: la storia di 4 ragazzi che con amicizia, grinta e fantasia hanno realizzato il proprio sogno. Una storia in cui il mondo non li ha potuti fermare, e il loro essere diversi li ha portati dove sono ora.

Ciao sono Giorgio e sarò io oggi a raccontarvi la prima parte di questa storia. Sono sempre stato il portavoce del gruppo, forse perché parlo sempre, o forse perché sono molto curioso; tra una cosa e laltra se c’è da dire qualcosa vengo sempre chiamato in causa:

“Iniziò tutto a scuola: aule troppo grandi, banchi troppo piccoli, professori troppo arrabbiati… le solite cose insomma; fu qui che io, Tommy e Luca ci conoscemmo, un trio vivace ma riservato che si ritrovò riunito al corso pomeridiano di robotica. Pochi ragazzi ne facevano parte, sembrava che a nessuno interessasse scoprire questo strano e complicato mondo, e che preferissero continuare le loro vite monotone e ordinarie. Noi tre, il professore, qualche ragazzo che potremmo definire “nerd” e Alberto cominciammo a esplorare la robotica. Alberto era di un’altra classe e a prima vista sembrava davvero più bravo di noi: cominciò ad aleggiare nel laboratorio una leggera invidia, che sfociò poi in competizione. Finché ben presto non ci rendemmo conto che era stupido restare divisi, vista la comune passione di tutti e quattro. Eccovi svelato, adesso, come si creò il nostro gruppo: un chiacchierone, un amante del lavoro manuale e del fai da te, un montatore video ed esperto nelle grafiche e un appassionato di robotica, che lavoravano insieme tra fili, lastre metalliche e marchingegni. La passione per la materia quasi istantaneamente travolse tutti e per più di un anno, forse addirittura due, continuammo a rifugiarci in quel laboratorio. Tutto lì era un gioco, un divertimento istruttivo che continuò imperterrito fino alla chiamata. Non pensate chi sa cosa, non diventammo preti, no, fu il nostro professore a telefonare, entusiasta e felice di avere ragazzi così presi dal suo corso tanto che ci propose la cosa per la quale stiamo raccontando la nostra storia: partecipare alle olimpiadi di robotica. L’elaborazione di un’idea e poi un progetto per questa iniziativa fu lunga. Inizierò con il dirvi che viviamo in Liguria e proprio in quei giorni, esattamente il 30 ottobre per essere precisi, in buona parte della costa ci fu una terribile mareggiata che portò a riva montagne di rottami e distrusse porti e navi rendendo l’acqua di un lugubre color arcobaleno. Gli oli delle imbarcazioni e delle strutture limitrofe si erano riversati in mare e camminare sulla sabbia bagnata da quelle acque, rese tutti noi maggiormente decisi a realizzare il progetto richiesto: creare un robot che migliorasse le condizioni dell’uomo e dell’ambiente, questo chiedeva la commissione. Iniziò quindi il periodo della “raccolta dei pensieri”, o almeno mi piace definirlo così: navigammo un po’ nel buio restando alla deriva come le tante barche del porto; fino a quando i primi giorni di Novembre non iniziò l’orientamento, un periodo dell’anno in cui si susseguono iniziative scolastiche, convegni e corsi per ragazzi. Fu proprio qui che partecipammo a una conferenza di Alberto Diaspro, ex direttore dell’IIT ed ora ingegnere, che esponeva il funzionamento delle nano tecnologie, parlando in particolare di un nuovo prototipo: una spugna, capace di assorbire gli oli senza trattenere l’acqua. In quel momento avevamo capito cosa volevamo fare: tra i tre elementi proposti (terra, acqua e aria) scegliemmo l’acqua e ci tuffammo così nella sfida di realizzare un robot, contenente quella particolare spugna scoperta da noi solo pochi giorni prima, che potesse ripulire tutte le acque della Liguria da gli oli di quel disastro.

Bisognava ora realizzare un video di presentazione per partecipare al concorso. Grazie a Tommy, che diventò in quelle settimane regista, video maker e montatore portammo a compimento il video. Un video di 3 ragazzi che esponevano un progetto, forse irrealizzabile, che probabilmente non avrebbe ricevuto né fondi né attrezzature dalla scuole, e che sembrava troppo grande e irraggiungibile per noi. Lo inviammo a breve senza sperare minimamente in una risposta, sicuri che “l’averci provato” non sarebbe mai potuto diventare un “poterlo realizzare”. Ci dimenticammo della cosa e passarono una decina di giorni, poi ecco di nuovo la chiamata. Era la commissione, aveva cercato di contattarci via mail per tutto quel tempo ed era arrivata persino a doverci chiamare per sapere se volevamo partecipare alle finali delle olimpiadi.

Tuttavia prima dei preparativi effettivi ci rendemmo conto che non era giusto partecipare senta Tommy: non era stato riconosciuto come membro della squadra in quanto si fosse ritrovato sempre dietro la telecamera. Come quarto, al momento, c’era il professore di robotica che avrebbe dovuto accompagnarci come richiesto dalla commissione. Decidemmo perciò, nel rispetto del regolamento, che Luca, unico membro maggiorenne, avrebbe ricoperto le vesti del professore, potendo ammettere in questo modo anche Tommy all’interno del gruppo.

Ora mancavano soltanto due settimane all’inizio della finale ed iniziò l’intenso e stressante periodo di studio matto e disperatissimo, finito ogni pomeriggio in laboratorio fino alla chiusura della scuola. Avevamo solo 14 giorni di tempo per portare a compimento un robot completo e presentarlo davanti a una severa giuria. Non vi racconterò nel dettaglio queste due settimane, ma sappiate che la prima la sprecammo completamente perché sbagliammo a comprare un tubo. La restante la passammo a correggere errori su errori, a incollare pezzi con silicone e colla a caldo, ad aggiungere parti di galleggiante per risolvere i problemi di peso, a mangiare cioccolato, ovviamente portato da me, e ad interrogarci su come il nostro prototipo avrebbe potuto funzionare e passare la giuria. Ognuno aveva il suo ruolo: chi calcolava, chi assemblava, chi si occupava della parte elettronica e meccanica.

Allo scadere del tempo Idrocarbot, questo è il nome del robot, funzionava, anche se per poco, ed era bruttino, ma il suo lavoro lo sapeva fare. Eravamo soddisfatti, c’erano degli errori, certo, ma ce l’avevamo fatta con le nostre forze, eravamo rimasti senza professore, senza un sostegno, e l’avevamo dovuto progettare noi per noi stessi. Ci siamo sempre dati forza a vicenda senza mai arrenderci neanche per un istante, o almeno mi piace credere così.

Ecco giunto il giorno tanto atteso: il 29 marzo entrammo nel grande salone delle olimpiadi, una stanza piena di robot (probabilmente c’erano solo robot). Sembravano tutti più esperti di noi, infilati in progetti pre-strutturati e privi completamente di iniziativa ed entusiasmo. Spaesati, agitati e con un piccolo robot  coperto da un panno ci vergognavamo, ma allo stesso tempo eravamo consapevoli di essere diversi da loro e con in mano un’idea mai vista prima. Preparammo quindi Idrocarbot per la prima valutazione: la prova orale. Andò tutto sommato bene, se non per una domandina scomoda a cui dovetti rispondere che era semplicemente un prototipo il nostro, ma comunque, penso non dessero troppo peso a questa risposta. Terminò la giornata, tante emozioni e un robot che al nostro occhio zampillava di problemi, che comunque aveva passato la prima prova. Un nuovo giorno ora ci attendeva e la prova pratica era alle porte. Iniziò subito con un susseguirsi di complicazioni: notammo alcuni pezzi montati al contrario, la pompa per l’acqua non funzionava, i pannelli nemmeno e se questo non bastasse per farvi capire quanto fosse davvero un prototipo mi basta dire che il telecomando di controllo del robot era un vecchio telecomando giocattolo e che le eliche provenivano da un drone.

Forse mi sto dilungando troppo nel raccontarvi questa storia, quindi mi scuso, ma vi assicuro che non so per quale magia o miracolo questi problemi non furono notati, o forse sì, ma non furono considerati importanti. Passammo anche la seconda prova e in un attimo, o almeno a noi sembrò così, ci trovammo a correre verso il palco passando attraverso una folla spenta, e che diversamente da noi non mostrava entusiasmo per la vittoria imminente. Proprio così, vincemmo il settore acquatico delle olimpiadi di robotica italiane. Su quel palco solo allora capimmo quanta era stato importante la fiducia, la collettività e la speranza che ognuno di noi aveva messo in quel progetto, quanto i sogni a volte bastino davvero per raggiungere ciò che si vuole e quanto l’essere diversi e unici talvolta sia uno dei più bei pregi.”

Ora vi saluto lettori e vi aspetto al continuo di questa bizzarra narrazione, che spero almeno un po’ vi abbia appassionati. 

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