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Api in Occidente: una storia di lacrime dolci

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La prima testimonianza che abbiamo del rapporto tra umani e api: un’incisione rupestre nelle Cuevas de la Araña, un complesso di caverne a Valencia, in Spagna. Risale ad 8.000 anni fa.

Un giorno il dio egizio Ra, signore del Sole e secondo alcune correnti creatore dell’Universo, pianse. Non si sa bene il motivo, né importa, dopotutto gli dei hanno fatto ben di peggio che piangere nella Storia: il punto è che le lacrime di Ra non sono semplici lacrime (e ci mancherebbe anche): sono lacrime dorate. Cioè, api.
Va da sé che far ronzare uno sciame di ape attorno alla bocca di un morto potrebbe resuscitarlo, e che in generale il miele che producono sia una panacea divina funzionale come rimedio per tutti i mali.

Da quel poco che possiamo arguire tra resoconti di storici antichi, riferimenti nei papiri ed incisioni su tombe, gli antichi egizi spalmavano il miele su qualunque ferita e addirittura sulla vagina delle donne dopo il rapporto sessuale, come spermicida.
Inoltre, pare proprio che dobbiamo a loro se non proprio l’invenzione, quantomeno il perfezionamento dell’apicoltura. L’evoluzione della tecnica utilizzata e la mole di informazioni scientifiche ottenute si ripeteranno spesso nella Storia parlando del rapporto tra api e popoli, proprio grazie al rispetto metafisico che questi animali ispiravano.

Stando al trattato sui geroglifici dell’autore egiziano Orapollo, noto grazie alla traduzione in greco ellenistico pervenutaci e risalente alla fine del IV secolo a.C., sappiamo che soprattutto nel Basso Egitto prevaleva l’immagine dell’ape come vera e propria entità regale: “quando gli egiziani vogliono rappresentare un popolo che ubbidisce al proprio re, dipingono un’ape“.

Tutto questo interesse può essere giustificato dalla funzione del miele come dolcificante, oltre alla spettacolarità di un liquido dorato naturale.

Raffigurazione sulla Tomba di Pabasa, a Tebe. Il gesto dell’uomo è ambiguo: potrebbe significare venerazione nei confronti dell’alveare, così come raccoglimento del miele da buon apicoltore. (Probabilmente indica entrambi, ndr.)

Tuttavia i miti che più avranno successo riguardo le api vengono dall’Antica Grecia: anche in questo caso le virtù e valori che andremo ad elencare sono giustificate da meriti mitologici.
Molto noto è il mito di Crono, divina metafora del tempo che è solita divorare i propri figli, poichè un oracolo ha profetizzato che uno di questi lo avrebbe spodestato. Segue il rifugio clandestino del nascituro Zeus da parte della madre, la ninfa Rhea, in una caverna a Creta riservata alle ninfe per l’appunto. Qui il pargolo è affidato alle due ninfe Amaltea e Melissa, che lo cibano con latte di capra e miele (eccoci!). Per ringraziarla, Zeus in seguito la trasformerà direttamente in un’ape.

Così il termine melissa in Grecia divenne sinonimo per “sacerdotesse“, in quanto protettrici e nutrici delle divinità (μέλι = miele, le sacerdotesse erano μέλισσαι).

Così si fondono i valori relgiosi a quelli animali: le api diventano non solo fertili generatrici di un alimento curativo e in grado di rendere più dolce qualunque cosa (sono loro i primi a mischiarlo col vino, per capirci), ma pure simbolo massimo di fedeltà, operosità e castità; di purezza, insomma.
Le dee Demetra (fertilità), Artemide (verginità), Atena (sapienza) vedono l’ape tra i loro principali simboli.

Copia di una moneta greca databile tra il 202 e il 133 a.C.

Ovviamente tutta questo culto delle api venne agilmente assorbito da Roma nel suo periodo di espansione e cantato al suo apice dal poeta latino Virgilio.
In diverse occasioni le api sono cantate per tutti gli attributi che abbiamo detto (addirittura procreerebbero senza bisogno di fecondazione, ma naturalmente) ed è introdotto il nuovo elemento della società ideale, basata sulla stretta collaborazione di tutti i suoi membri in un sistema che prevedi l’adesione volontaria e consapevole al sostentamento dellApe Regina, epicentro dell’azione di ciascuno (Virgilio scrive pur sempre nella Roma Imperiale). L’alveare è quindi lo stampo a cui deve guardare ogni popolazione che voglia definirsi civile.

In questo senso, i versi di Virgilio sono stati ripresi in un celebre discorso di Palmiro Togliatti, storico leader del Partito Comunista Italiano, il 25 Aprile 1963:

La citazione precisa è a 0:28. Il passaggio è stato anche ripreso nel 2015 all’inizio di “S.U.N.S.H.I.N.E.”, brano del rapper Rancore e il producer DJ Myke.

Il passaggio nella cultura romana e in particolare nei versi di Virgilio favorisce la trasmissione del mito delle api: quest’ultimo infatti sarà indicato come il poeta per eccellenza dalla cultura ed educazione cristiana seguente, a fianco ad Aristotele come il più grande filosofo.
Il sistema dell’alveare era facilmente trasponibile in un’ottica di solidarietà cristiana in funzione di Dio, mentre l’elogio della castità e purezza non era nemmeno da reinterpretare.

Così la figura dell’ape viaggia nelle parole dei poeti da allora, romantici e decadenti, sociali e disimpegnati, medievali e post-moderni, il caleidoscopio di simboli che l’ape ha assunto nel corso dei secoli all’interno della sola cultura Occidentale è impressionante e non smette di affascinare le penne delle anime più sensibili.

Per concludere dunque questo brevissimo excursus riguardante la nostra parte di mondo (magari anno prossimo vi parleremo dell’Oriente), abbiamo pensato di creare il nostro personalissimo poemetto sulle api, formato dai versi più vari ad esse dedicati negli ultimi due millenni. Speriamo di avere reso l’idea su quanto significhino questi esserini per la nostra cultura; a piè di pagina trovate tutti i riferimenti.

Gli incantevoli fiori mi imbarazzano
Mi fanno rammaricare di non essere un’ape (1)

Scaccia il freddo attizzando il fuoco

e versando il vino dolce
come il miele (2)
dolce come il miele nelle anfore
odoroso di fiori. (3)
Le tue labbra stillano nettare, (4)
come l’ape che sia il fiore amaro
o dolce, grande o piccolo,
sia trifoglio rosa,
vistoso o umile,
ne estrae sempre
quel miele. (5)
C’è miele e latte sotto la tua lingua (4)
mi fosse lecito baciare
migliaia di volte bacerei. (6)
Un bacio
frammento d’eternità che ha il ronzio di un’ape
fra le piante, una comunione che sa di fiore, un modo di
respirarsi il cuore e di assaporarsi l’anima a fior di labbra! (7)
I denti luminosi di questa bocca dalle labbra carnose
son venuti tra le zampette delle api
come grosse gocce di miele
dalla mia giovinezza (8)
liquida luce che cade
a goccioloni. (9)
Dalla mia giovinezza che io ho lasciata non so dove
e di cui non mi sono potuto saziare (8)
E non potrei esserne mai sazio,
anche se più fitta di spighe mature
fosse la messe dei miei baci. (6)
E gli alveari, non dimenticarlo,
sia che tu li abbia costruiti legando fra loro cortecce cave
o intrecciando fili di vimine,
devono avere ingressi molto piccoli,
perché il freddo dell’inverno rapprende il miele
e il caldo lo scioglie, lo rende liquido.
Eccessi che le api temono allo stesso modo (10)
Il miele più dolce diventa insopportabile
per la sua eccessiva dolcezza:
assaggiato una volta ne passa per sempre la voglia:
così dura l’amore. (11)
Il miele dell’uomo è la poesia
che emana dal suo petto addolorato,
da un favo con la cera del ricordo
creato dall’ape nell’intimità
dolce come il ventre di una donna
dolce come gli occhi dei bimbi
dolce come le ombre della notte
dolce come una voce (12)
Per l’ape
e per il fiore,
darsi e ricevere piacere
è insieme ebbrezza e bisogno. (13)
Tu sei l’ape e sei la rosa (14)
Scaccia il freddo attizzando il fuoco
e versando il vino
dolce come il miele
e poi intorno alla tempia avvolgendo
una morbida fascia di lana (2)
<<Noi siamo le api dell’Universo.
Raccogliamo senza sosta il miele del visibile per accumularlo
nel grande alveare d’oro dell’invisibile>> (15)

Sul fondo di questa coppa, da cui ho bevuto la vita,

forse è rimasta una goccia di miele? (16)

– – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – –
1) da Emily Dickinson (Poesie, 1864)

2) da Alceo (Frammenti di Lirici Greci, VII-VI secolo a.C.)

3) da Senofane (Frammenti di Lirici Greci, VI secolo a.C.)

4) dal Cantico dei Cantici (IV secolo a.C. circa)

5) da Giovanni Pascoli (Lettera a Antony De Witt, 1932)

6) da Catullo (Carme 48, I secolo a.C.)

7) da Edmond Rostand (Cyrano de Bergerac, 1897)

8) da Nazim Hikmet (Le api sono grosse gocce di miele, 1958)

9) da Pablo Neruda (Ode all’Ape, 1957)

10) da Virgilio (IV Georgica, I secolo a.C.)

11) da William Shakespeare (Romeo e Giulietta, 1597)

12) da Federico Garcia Lorca (Canto del Miele, 1918)

13) da Khalil Gibran (Il profeta, 1923)

14) da Elsa Morante (L’Isola di Arturo, 1957)

15) da Rainer Maria Rilke (Lettera a Vitold von Hulevicz, 1925)

16) da Alphonse de Lamartine (Autunno, 1820)

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